Giuseppe Ungaretti e "le ragioni di una poesia"

 

Vi arriva il poeta

e poi torna alla luce con i suoi canti

e li disperde

 

Di questa poesia

mi resta

quel nulla

d'inesauribile segreto.

 

(Giuseppe Ungaretti, 1916)

 

 

La poesia di Ungaretti sembra accompagnarci nella nostra vita come una certezza nel tempo, forse perchè è stato un uomo testimone dello svolgersi quasi completo dell'ormai secolo scorso. Egli ha vissuto un'esistenza colma di durezze e dolcezze dove vita e morte si sono alternate dentro di lui con vissuti derivanti dalla tragedia della Grande Guerra, in cui si riconosce "docile fibra dell'universo", e dalla morte prematura del figlio bambino17. Ungaretti è l'esempio di una vita di sofferenza, ma anche di sublime poesia. La vita è un continuo alternarsi tra Eros e Thanatos. Egli, ci accompagna negli abissi dell'incerto, dell'inesauribile segreto, e ci insegna che, paradossalmente, sapere accettare il segreto che viene dal nulla ci permette di ampliare la nostra capacità di provare emozioni, di vivere sentimenti e di pensare i pensieri. Come Bion si interessa del pensiero analitico, Ungaretti si interessa del pensiero poetico; entrambi si occupano dell'ignoto. Essi hanno capito che il pensiero poetico e quello analitico non lo possiamo ricondurre alle abituali esperienze razionali. Bion ci parla di trasformazioni in O perchè un vero cambiamento non si esaurisce nella conoscenza, ma si sviluppa in noi portandoci alla possibilità di pensare ciò che ancora non è stato pensato. Ungaretti, in ragioni di una poesia, uno dei primi capitoli contenuti in La vita di un uomo (1969), la raccolta di tutte le sue opere che egli pubblicò un anno prima della sua morte18, affronta il tema del mistero. Sarebbe esso una base solida per l'essere umano che vive ormai in una realtà piena di logica, in un mondo terreno controllato e inventato dall'uomo stesso. E quando il poeta parla del suo modo di intendere la poesia dice "il punto d'appoggio sarà il mistero, e mistero è il soffio che circola in noi e ci anima" (Ungaretti,1969, p.7).

L'uomo ha il potere della metamorfosi; l'uomo, tramite la poesia, può scoprire e trasformare nuove dimensioni, nuove realtà. Le parole evocano ciò che rappresentano, ciò che può non esistere o essere lontano nel tempo o nello spazio. L'uomo possiede una sorta di dono magico che gli permette di rappresentare e creare delle metamorfosi. "È il dono per cui la parola ci riconduce, nella sua oscura origine e nella sua oscura portata, al mistero, lasciandolo tuttavia inconoscibile, e come essa fosse sorta, si diceva, per opporsi in un certo senso, al mistero." (Ibidem, p.8). Eppure Ungaretti ci tiene a ricordare che la logica è comunque importante e costante nella creazione poetica. Logica e fantasia si generano a vicenda e l'arte ha con sè una forza geometrica.

Ritengo interessante notare l'analogia che esiste tra il bisogno di rêverie che l'essere umano ha quando vive il caos e l'ignoto, e lo stesso bisogno che il poeta esprime nel dare luce e parola alla figura della madre. Nel 1930 Ungaretti scrive La madre come per ricordarsi e ricordare a lei di essersi amati molto (ricorderai d'avermi atteso tanto, e avrai negli occhi un rapido sospiro).

Se esiste un porto sicuro, una prima luce, una prima parola "Madre", esiste un primo aiuto per uscire e poter di nuovo ritornare là, verso l'ignoto, segreto e pauroso perchè inconoscibile e anche tentatore. Esso evoca antiche emozioni che ci spingono, con il poeta ad inoltrarci nel nostro Porto Sepolto, affermano Bianchini e Salardi (1995), per riemergere con un nuovo sentimento in un continuo cammino di conoscenza.

Ungaretti è molto legato alla poesia di poeti vissuti prima di lui come Petrarca, Tasso, Leopardi; per lui è importante la terra in cui vive, una terra che ha disperatamente amato nei travagli della guerra. Egli, per descrivere come il suo scrivere volesse essere in armonia con lo scrivere dei suoi predecessori, afferma di aver accordato in chiave d'oggi un antico strumento musicale; e il suo scrivere è stato in seguito adottato anche da altri.

Ungaretti viaggiò molto e conobbe molte culture. Soggiornò in Francia e, quando nel 1914 scoppiò la prima guerra mondiale, partecipò alla campagna interventista, per poi arruolarsi volontario nel 19º reggimento di fanteria, quando il 24 Maggio 1915 l'Italia entrò in guerra. Combatté sul Carso e in seguito a questa esperienza scrisse le poesie che, raccolte dall'amico Ettore Serra (un giovane ufficiale), vennero stampate a Udine nel 1916, con il titolo Il porto sepolto.

Come altri poeti appartenenti ad altre nazionalità, ad esempio il senegalese Léopold Senghor e l'antillese Aimè Césaire, Ungaretti è molto legato alla sua patria. Questi due poeti africani affermano, il primo con una violenza eruttiva, l'altro con una eloquenza densa di immagini sostenuta dal movimento del verso alla Claudel, la loro fedeltà e la loro vocazione alla loro razza e al loro paese. Insieme scoprono, grazie alla lettura di opere sull'Africa di autori europei artisti, la storia dell'Africa Nera, e creano la négritude (negritudine), cioè la nozione che comprende i valori spirituali, artistici, filosofici dei Neri dell'Africa; nozione che diventerà l'ideologia delle lotte dei Neri per l'indipendenza. Senghor19, in Ai fucilieri senegalesi caduti per la Francia (1948), dà voce a una feroce ribellione contro i martiri avvenuti a causa del colonialismo francese e in Assassini (1949):

Sono là distesi lungo le strade conquistate, lungo le strade del disastro, come snelli pioppi, statue cupe di dèi drappeggiati nei lunghi mantelli d'oro, i prigionieri senegalesi tenebrosamente coricati sulla terra di Francia. Ma invano fu stroncato il riso tuo, il fiore più nero della tua carne. Tu sei il fiore della bellezza prima, in tutto questo vuoto deserto di fiori.”

Ho voluto inserire qui il contributo di Senghor poichè ritengo che, come lui, Ungaretti abbia reso giustizia a tutto il dolore causato da una guerra che ha coinvolto la sua terra, e non solo, ma anche altre realtà, in anni di profonde lacerazioni. Le ferite sono sociali e personali, e una delle "ragioni" di un poeta è anche quella di raccontare all'uomo la sua storia e le sue radici. Il poeta può fungere da memoria emotiva di gioie e di dolori. Mi colpisce quando in Veglia (1915) Ungaretti afferma di essere "tanto attaccato alla vita". Sarebbe facile cadere e rinunciare a vivere una vita possibilmente normale, quando si assiste ad eventi difficili che permangono dentro come ferite profonde. Ma l'arte e la poesia possono lenire il dolore ed elevare la persona che soffre ad un livello di intimità con se stessa tale da amarsi di più, e, forse, più di un'altra persona che non vive un grande dolore. Come visto al quinto capitolo la creatività permette alla persona di stabilire delle difese meno nevrotiche.

A questo riguardo, riferendosi alle ragioni di un poeta, Ungaretti si chiede: "Non vorrebbe egli che il proprio io, nel medesimo istante in cui lo eleva a simbolo di dannazione, gli offrisse la facoltà di guarire, di divenire in quell'istante medesimo innocente per l'eccesso stesso dell'autodileggio, per la umiltà eccessiva e l'orrore che è nel grado che denuncia, d'invecchiamento, di corruzione, di sfacelo raggiunto ormai dall'umana natura?".

È un io che crea, costruisce e trasforma quello del poeta.

E di tutto rispetto è stata la vita, e la poetica, che Ungaretti si è costruito fino all'età in cui è morto, a 82 anni. Eppure oltre alla guerra egli subisce il lutto per la perdita del figlio e scrive ne Il Dolore Tutto ho perduto (1937) una poesia molta amara e struggente.

 

Tutto ho perduto dell'infanzia

e non potrò mai più

smemorarmi in un grido.

 

L'infanzia ho sotterrato

nel fondo delle notti

e ora, spada invisibile,

mi separa da tutto.

 

Di me rammento che esultavo amandoti,

ed eccomi perduto

in infinito delle notti.

 

Disperazione che incessante aumenta

la vita non mi è più,

arrestata in fondo alla gola,

che una roccia di gridi.

 

(Giuseppe Ungaretti, 1937)

 

Inoltre in Giorno per Giorno (1940-1946) ne Il Dolore si possono leggere le emozioni provate, e i sentimenti vissuti, dal poeta in 17 frammenti dedicati al figlio. Emergono strazio, rimorso, abbandono, speranza di morire, voglia di gridare, rimpianto fino ad arrivare all'ultimo frammento che si esprime come una preghiera liberatrice.

Per concludere, Ungaretti ci offre un modo di intendere la poesia sotto diversi punti di vista, egli sa vedere la realtà delle cose e del dolore da diverse angolature. Ha una lente come quella che ha il terapeuta. Il poeta ha il fine, secondo Ungaretti, di meravigliare, stupire, indurre mistero, segreto e libertà. È anche un modo per avvicinarsi alla fede in Dio ed esserne testimoni. Ciò che, come terapeuta, mi interessa maggiormente è come Ungaretti ci mostra la capacità di giocare con l'insolito, con qualcosa di segreto di cui non dobbiamo avere paura. Dovremmo, bensì, favorire in noi gli insight, come quelli che ha il poeta quando assume lo spazio "non familiare" (del "perturbante" secondo Freud), e propone allo spazio "familiare" nuove metamorfosi cercando nuove realtà e fuggendo la routine. Come dice Resnik: "Nel paesaggio abituale c'è del nominato e dell'innominato. Quello da scoprire o da ricreare è il senso segreto di ciò che affiora nella vita giornaliera" (Resnik, 1994, p.105). Ed è tale dimensione contemplativa che affascina i poeti e gli analisti.


Roberto Targon

 

17 A San Paolo nel 1939 muore il figlio Antonietto, all'età di nove anni, per un'appendicite mal curata, lasciando il poeta in uno stato di grande prostrazione interiore, evidente in molte delle poesie raccolte ne Il Dolore del 1947 e in Un Grido e Paesaggi del 1952.

18 G.Ungaretti nasce ad Alessandria d'Egitto nel 1888 e muore a Milano nel 1970

19 Léopold Sédar Senghor fu eletto primo Presidente della Repubblica del Senegal nel 1960 e ha guidato il suo paese per venti anni dopo la liberazione dal colonialismo francese


Bibliografia

  • BIANCHINI, M., C., SALARDI, C., La parola poetica:esperienza dei sentimenti. Una lettura di Ungaretti, in Pensare sentimenti sentire pensieri, A.Bimbi (a cura di), Tirrenia (Pi), Edizioni del Cervo, 1995

    CENNI, A., (a cura di), ANTONIA POZZI, Tutte le opere, Milano, Garzanti, 2009

    DÈCINA, LOMBARDI, P.,
    Poesie d'amore del Novecento, Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2000



  • GUIDACCI, M.,
    Poesia come un albero, Genova-Milano, Casa Editrice Marietti S.p.A., 2010

  • MERINI, A., La volpe e il sipario, Milano, Rizzoli, 2004

  • MERINI, A., L'altra verità. Diario di una diversa, Milano, RCS Libri S.p.A., 2000

  • RESNIK, S., Il teatro del sogno, Torino, Bollati Boringhieri, 2002


    SENGHOR, L., S., Poesie dell'Africa, Pontedera (Pi), Associazione Thiarque sur Mer O.N.L.U.S.

  • VIREL, A., Vocabulaire des psychotherapies, Fayard, 1977


    UNGARETTI, G., Vita di un uomo, tutte le poesie, Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 1969