POESIA E INCONSCIO: la dimensione interiore dei sentimenti

 

 

Forse il tuo sogno

si separò dal mio

e per il mare oscuro

mi cercava,

come prima,

quando ancora non esistevi,

quando senza scorgerti

navigai al tuo fianco

e i tuoi occhi cercavano

ciò che ora

- pane, vino, amore e collera -

ti dò a mani piene,

perchè tu sei la coppa

che attendeva i doni della mia vita.

(Pablo Neruda, 1953)

 

 

L'essere umano grazie alla creatività e alla sua funzione immaginativa risolve i problemi che gli si presentano nella vita di tutti i giorni. La parola creatività evoca immediatamente l'attività di un artista, ma le va anche riconosciuto un ruolo importante nelle attività più modeste della vita quotidiana. Adler descrive la creatività del bambino piccolo spiegando che egli, fin dal primo anno di vita, grazie al suo equipaggiamento costituzionale, alle impressioni che gli vengono dall'ambiente e alla forza creatrice di cui dispone, modella una struttura di personalità che lo caratterizza per tutta la vita.

Nell'essere umano è importante la funzione dell'immaginazione: Jung ne fa apparire il ruolo determinante nella creazione la quale diviene un modo per rappresentare e realizzare.

Il fatto di immaginare contiene una parte d'attività fisica che si inserisce nel ciclo delle trasformazioni della materia che le determina e che, a sua volta, è determinata da esse (Virel, 1977).

Ritengo fondamentale questa concezione dell'immaginazione creatrice come "estratto concentrato delle forze vive tanto fisiche che psichiche" di cui parla Virel (1977), perchè fa comprendere la necessità della completa partecipazione dell'artista, e del poeta, alla sua opera: diventano loro stessi la condizione indispensabile della loro esperienza. In questa prospettiva, la funzione della creatività, una volta riconosciuti dalla coscienza i contenuti sconosciuti inconsci, serve per aprire le porte del mondo interno (cioè quello emotivo) verso il mondo esterno (la realtà concreta che ci circonda).

Riguardo ciò, il poeta Paul Valery pensa che non si debba rimanere estranei ad alcuna realtà che ci appartiene, sia essa interna o esterna.

Sogno, immaginario e creatività sono tre aspetti grandiosi dell'esistenza psichica dell'individuo, del suo mondo interno in relazione al mondo esterno. La poesia può essere un modo per rappresentare questi tre aspetti e, di fatto, lo fa.

Con il Surrealismo1, movimento che ebbe come principale teorico il poeta Andrè Breton, l'attività poetica si identifica con la ricerca dell'assoluto; essa gioca un ruolo importante in relazione alla psicoanalisi. Breton fu influenzato dalla lettura de L'interpretazione dei sogni di Freud del 1899 e, dopo averlo letto, arrivò alla conclusione che era inaccettabile il fatto che il sogno (e l'inconscio) avesse avuto così poco spazio nella civiltà moderna. Per questo motivo nacque il surrealismo, nuovo movimento artistico e letterario in cui il sogno e l'inconscio avevano un ruolo fondamentale.

Il primo Manifesto surrealista del 1924, definì il Surrealismo un automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole, con la scrittura, o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Il pensiero è privo di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, è al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale. Questo movimento culturale ha aperto le porte ad una nuova modalità di scrivere e fare poesia, modalità in cui si riconosce che l'inconscio non emerge soltanto durante i sogni, ma anche quando siamo svegli perchè ci permette di associare libere parole, pensieri e immagini senza freni inibitori e scopi preordinati.

Il poeta Pierre Jean Jouve2 afferma esplicitamente, nella prefazione al suo Sudore di Sangue (1935) , che noi, oggi, abbiamo conoscenza di mille mondi situati all'interno del mondo dell'uomo che, con tutta la sua opera, egli ha nascosto. L'uomo non è un personaggio che indossa una divisa o un'uniforme, come abbiamo sempre creduto, non è privo di emozioni e sfumature, egli ha anche a che fare con un abisso doloroso dentro si sé. L'uomo moderno ha scoperto l'inconscio e la sua struttura, vi ha visto l'impulso dell'eroe e l'impulso della morte legati insieme. Non dobbiamo quindi dimenticare che noi proviamo delle emozioni profonde e che siamo in conflitto poichè siamo vivi.

I poeti che, dopo Rimbaud, hanno lavorato per liberare la loro poesia dal razionale, hanno ritrovato nell'inconscio l'antica e la nuova sorgente che li ha avvicinati a un nuovo modo di esistere e a un nuovo scopo verso il mondo stesso.

"Il sogno e la rêverie, aspetto oniroide dell'esistenza, sono sempre stati parte integrante del "quotidiano" dei poeti" (Resnik, 2002, p. 205).

Nella sua esperienza attuale, la poesia si trova in presenza di molteplici condensazioni che sfociano nel simbolo. È come una materia che libera la sua potenza. Attraverso questa sensibilità che si esprime con la frase e il verso, e passa dalla parola comune alla parola poetica, la ricerca della forma adeguata, e della parola giusta, diventa inseparabile dalla ricerca più profonda, interiore che ritroviamo nelle grandi esperienze poetiche del nostro tempo.

Margherita Guidacci, una delle voci liriche femminili più intense del Novecento, ha forse messo in discussione questa idea ne Il vuoto e le forme (1977) scrivendo, in modo pirandelliano, che il vuoto si difende/non vuole una forma che lo torturi. Secondo la poetessa il vuoto è quanto di più irriducibile rimane nella nostra stessa vita, e la forma è l'approdo a cui tende la vita, ma è anche la sua gabbia, la sua maschera e la sua tortura. Ma poi la stessa poetessa afferma che c'è più vuoto che forma se la forma è una possibilità che non si è concretizzata. Sta di fatto che la Guidacci con le sue poesie di questa raccolta, come di tante altre, ha affilato una perfetta volontà introspettiva, ha scavato sulla condizione emotiva dell'essere umano intuendo che l'uomo è radicato, e allo atesso tempo trasceso, dentro le maglie di una realtà chiusa e sfuggente (Guidacci, 2010).

La poesia, con la metafora, è trasferimento di un significato a un altro, è un messaggio oltre lo spazio della natura che porta una visione diversa dall'esperienza originaria. La "distorsione" poetica completa e arricchisce il significato di tale esperienza. Secondo Resnik (2002) la poesia crea una continua comunicazione tra scena e spettatore: una separazione non assoluta tra interno ed esterno.

La natura è un elemento base che accomuna molti poeti. La poesia è qualcosa di organico, di vivo, qualcosa che ha un seme da cui spuntano le radici, lo stelo, il fusto, le foglie, i fiori e i frutti. L'immagine dell'albero è, per Margherita Guidacci, quella che rende meglio l'idea di cos'è un poeta e afferma: "non ho scelto di essere un poeta. Lo sono stata perchè tale è la mia natura [...]. la poesia non è un atto di volontà, è un atto di vita e, come la vita, contiene in sè motivazione e gioia sufficienti" (Guidacci, 2010, p. 7). E sempre l'albero è l'immagine che Resnik, in Il teatro del sogno (2002), utilizza per descrivere l'inconscio in relazione al sogno. Non è interessante la descrizione che fa quando afferma che la globalità dell'albero non è formata solo da ciò che è visibile, ma esistono anche le radici sottoterra? L'inconscio è una realtà sostanziale e fa parte dell'albero della vita dove il tronco rappresenta l'unità nella molteplicità e offre integrazione ai rami e alle radici mediatori tra la terra, l'uomo e il cosmo. L'inconscio è quindi superficie, profondità e globalità corporea, interiorità ed esteriorità. La via regia per accedervi, secondo Freud, è proprio il sogno e possiamo arrivare alla verità del messaggio inconscio svelando la maschera che il sogno stesso indossa, il suo aspetto manifesto (Resnik, 2002).

Il legame che la poesia ha con il sogno e la realtà è una relazione intima che già era stata intuita e realizzata dai poeti romantici francesi e dai simbolisti come Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Nerval. Grazie a questi poeti abbiamo potuto imparare che la capacità immaginativa di tipo creativo è in se stessa un'esperienza poetica. Il senso metaforico e simbolico dell'esistenza è un fatto poetico. Le metafore e i sogni ad occhi aperti completano la dimensione onirica della vita dell''individuo.

La quotidianità trova nella poesia una nuova dimensione che rende visibile ciò che la routine nasconde, soffoca, rende opaco.

Il poeta mirerebbe a stringere un nodo indissolubile tra sogno e realtà, egli vuole creare o ri-creare un "immaginario della natura". L'aspetto simbolico del sogno ricorda quello della poesia e anche del mito.

Il sogno lo possiamo trovare ben rappresentato nella poesia: entrambi soddisfano un desiderio rimosso, entrambi permettono all'essere umano di esprimere in modo simbolico la propria emotività ed interiorità. Per capire le ragioni di un poeta, credo basti osservare il suo impegno nel cercare di riparare, e ricostruire, quello che è stato in lui danneggiato. È quindi presente, in lui, un dolore soverchiante, senza nome, che spinge per essere traformato in parola, e lo induce a cercare nell'ignoto una dimensione nascosta: l'inconscio. La parola poetica, secondo Borgna, diviene ponte che ci collega al dolore.

Per questo motivo la poesia va di pari passo con la psicoterapia. Il lavoro psicanalitico consiste anche nel portare alla luce un sentimento d'assenza oppure un trauma subito.

Durante il suo soggiorno forzato presso l'ospedale psichiatrico, allora manicomio, Alda Merini ha vissuto dieci anni di ingiusta prigionia e di dolorose torture che l'hanno portata ad elevarsi verso una ricca e profonda intimità con se stessa. La definirei un'intimità indelebile e cruda, caratterizzata da una sorta di autocura vissuta nell'atto dello scrivere. La Merini è stata definita uno dei più grandi talenti poetici moderni. Ha scritto svariate poesie e nel suo Diario di una diversa (2000) ammette che: "se fossi completamente guarita, mi ergerei certamente a giudice, e condannerei senza misura. Ma molti, tutti, metterebbero in forte dubbio la mia sincerità in quanto malata. E allora ho fatto un libro, e vi ho anche cacciato dentro la poesia, perchè i nostri aguzzini vedano che in manicomio è ben difficile uccidere lo spirito iniziale, lo spirito dell'infanzia, che non è, nè potrà mai essere corrotto da alcuno" (Merini, 2000, p. 99-100).

Queste parole, come l'intero diario e le poesie della Merini, non evocano forse in noi lettori, delle forti emozioni di empatia e di solidarietà verso le ingiustizie fortemente subite dalla poetessa? Quante umiliazioni l'hanno ferita come donna e come madre. Ciò ci fa capire come per lei sia stato salvifico l'atto dello scrivere, e come esso abbia reso la sua vita più degna di essere vissuta. Ella ha stabilito un modo "gentile" di ribellarsi a tanto dolore: "così in questo modo gentile, adoperai il silenzio, e mi venne fatto di incontrarvi il mio io, quell'io identico a se stesso, che non voleva, non poteva morire" (Ibidem, p38). C'è un profondo attaccamento al prorpio Io quando si tocca così a fondo la disperazione e non c'è altra via che utilizzare, chi ha la fortuna di averle, le proprie risorse creative.

Il silenzio viene vissuto in modo destabilizzante da Alda Merini durante il suo soggiorno al Paolo Pini, quando, per esempio, al mattino venivano allineati i degenti e fatti sedere sulle panchine con l'ordine di "non fiatare". Quando qualcuno di loro gridava, sembrava "una novità, qualcosa di finalmente vivo". Possiamo affermare che tale silenzio si trasforma e diviene, nella poesia di Alda Merini, possibilità di incontro con le parti più profonde di sé. Il silenzio diviene, per la poetessa, fede, la stessa fede che Bion descrive come atteggiamento di fiducia nell’esistenza di una realtà, inconscia e sconosciuta, che è all’origine dei molteplici fatti che si presentano nella seduta terapeutica tra terapeuta e paziente. L’atto di fede designa un assetto mentale che permette all’analista e al poeta di sviluppare l’intuizione al fine di captare gli stati emotivi che stanno per nascere, per la percezione dei quali non è possibile avvalersi degli organi di senso.

"Che cosa potevo fare allora, se non rifugiarmi nella nevrosi? Mia madre aveva sempre costituito un modello della mia mente, modello che poteva andar bene per la prima infanzia, ma che automaticamente la mia adolescenza rifiutava in quanto amante e concubina del padre. In più io cominciavo a sentire in me i primi movimenti, le prime ispirazioni artistiche e mia madre, non poteva certo combaciare con la mia figura. Di qui nacque il mio punto di mostruosità, la mostruosità della mia esistenza, la mostruosità di mia madre stessa..." (Ibidem, p. 44-45). Vorrei pensare che in quel "punto di mostruosità", come la poetessa stessa lo definisce, lei abbia potuto sperimentare la possibilità del perdono. In quel punto di mostruosità, forse, è potuto nascere un seme sano, nella follia, il seme della poesia e la bellezza dei sensi che ne derivano. Lei, partecipe e testimone viva di quel mondo tra creatività e follia, sulla cui soglia ha vissuto il "non essere", ma anche "l'essere", è riuscita a cogliere il profumo della poesia come cogliere il profumo di una rosa, di quelle stesse rose che vedeva fuori dal cancello e che le vietavano, ingiustamente, di cogliere e guardare.

Un giorno si sono aperti i cancelli!

Alda descrive le sensazioni provate: "potemmo toccarle con le mani quelle rose stupende, potemmo finalmente inebriarci del loro destino di fiori, oh, fu quello il tempo in cui tutte le nostre inquietudini segrete disparvero, perchè finalmente eravamo vicini a Dio, e la nostra sofferenza era arrivata fino al fiore, e era diventata fiore essa stessa. Dio!...E per ore, inginocchiata a terra stetti a bere di quella sostanza vitale, senza peraltro fiatare, senza dire a nessuno che avevo incontrato un nuovo tipo di morte...Non avrei potuto scrivere in quel momento nulla che riguardasse i fiori perchè io stessa ero diventata un fiore, io stessa avevo un gambo e una linfa" (Ibidem, p. 109).


Roberto Targon

 

1 Il Surrealismo è un movimento culturale molto diffuso nella cultura del Novecento che nasce in opposizione al Dadaismo. Ha coinvolto tutte le arti visive, la letteratura e il cinema, quest'ultimo nato negli anni venti a Parigi.

2 Lo scrittore e poeta francese Pierre Jean Jouve (1887-1972) fu, prima del 1914, uno degli scrittori dell'unanimismo, il movimento fondato da Jules Romains e anche un membro di spicco del movimento pacifista durante la prima guerra mondiale. In seguito passò al movimento surrealista.

Bibliografia

  • BIANCHINI, M., C., SALARDI, C., La parola poetica:esperienza dei sentimenti. Una lettura di Ungaretti, in Pensare sentimenti sentire pensieri, A.Bimbi (a cura di), Tirrenia (Pi), Edizioni del Cervo, 1995

    CENNI, A., (a cura di), ANTONIA POZZI, Tutte le opere, Milano, Garzanti, 2009

    DÈCINA, LOMBARDI, P.,
    Poesie d'amore del Novecento, Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2000



  • GUIDACCI, M.,
    Poesia come un albero, Genova-Milano, Casa Editrice Marietti S.p.A., 2010

  • MERINI, A., La volpe e il sipario, Milano, Rizzoli, 2004

  • MERINI, A., L'altra verità. Diario di una diversa, Milano, RCS Libri S.p.A., 2000

  • RESNIK, S., Il teatro del sogno, Torino, Bollati Boringhieri, 2002


    SENGHOR, L., S., Poesie dell'Africa, Pontedera (Pi), Associazione Thiarque sur Mer O.N.L.U.S.

  • VIREL, A., Vocabulaire des psychotherapies, Fayard, 1977


    UNGARETTI, G., Vita di un uomo, tutte le poesie, Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 1969