Giuseppe Ungaretti e "le ragioni di una poesia"

 

Vi arriva il poeta

e poi torna alla luce con i suoi canti

e li disperde

 

Di questa poesia

mi resta

quel nulla

d'inesauribile segreto.

 

(Giuseppe Ungaretti, 1916)

 

 

La poesia di Ungaretti sembra accompagnarci nella nostra vita come una certezza nel tempo, forse perchè è stato un uomo testimone dello svolgersi quasi completo dell'ormai secolo scorso. Egli ha vissuto un'esistenza colma di durezze e dolcezze dove vita e morte si sono alternate dentro di lui con vissuti derivanti dalla tragedia della Grande Guerra, in cui si riconosce "docile fibra dell'universo", e dalla morte prematura del figlio bambino17. Ungaretti è l'esempio di una vita di sofferenza, ma anche di sublime poesia. La vita è un continuo alternarsi tra Eros e Thanatos. Egli, ci accompagna negli abissi dell'incerto, dell'inesauribile segreto, e ci insegna che, paradossalmente, sapere accettare il segreto che viene dal nulla ci permette di ampliare la nostra capacità di provare emozioni, di vivere sentimenti e di pensare i pensieri. Come Bion si interessa del pensiero analitico, Ungaretti si interessa del pensiero poetico; entrambi si occupano dell'ignoto. Essi hanno capito che il pensiero poetico e quello analitico non lo possiamo ricondurre alle abituali esperienze razionali. Bion ci parla di trasformazioni in O perchè un vero cambiamento non si esaurisce nella conoscenza, ma si sviluppa in noi portandoci alla possibilità di pensare ciò che ancora non è stato pensato. Ungaretti, in ragioni di una poesia, uno dei primi capitoli contenuti in La vita di un uomo (1969), la raccolta di tutte le sue opere che egli pubblicò un anno prima della sua morte18, affronta il tema del mistero. Sarebbe esso una base solida per l'essere umano che vive ormai in una realtà piena di logica, in un mondo terreno controllato e inventato dall'uomo stesso. E quando il poeta parla del suo modo di intendere la poesia dice "il punto d'appoggio sarà il mistero, e mistero è il soffio che circola in noi e ci anima" (Ungaretti,1969, p.7).

L'uomo ha il potere della metamorfosi; l'uomo, tramite la poesia, può scoprire e trasformare nuove dimensioni, nuove realtà. Le parole evocano ciò che rappresentano, ciò che può non esistere o essere lontano nel tempo o nello spazio. L'uomo possiede una sorta di dono magico che gli permette di rappresentare e creare delle metamorfosi. "È il dono per cui la parola ci riconduce, nella sua oscura origine e nella sua oscura portata, al mistero, lasciandolo tuttavia inconoscibile, e come essa fosse sorta, si diceva, per opporsi in un certo senso, al mistero." (Ibidem, p.8). Eppure Ungaretti ci tiene a ricordare che la logica è comunque importante e costante nella creazione poetica. Logica e fantasia si generano a vicenda e l'arte ha con sè una forza geometrica.

Ritengo interessante notare l'analogia che esiste tra il bisogno di rêverie che l'essere umano ha quando vive il caos e l'ignoto, e lo stesso bisogno che il poeta esprime nel dare luce e parola alla figura della madre. Nel 1930 Ungaretti scrive La madre come per ricordarsi e ricordare a lei di essersi amati molto (ricorderai d'avermi atteso tanto, e avrai negli occhi un rapido sospiro).

Se esiste un porto sicuro, una prima luce, una prima parola "Madre", esiste un primo aiuto per uscire e poter di nuovo ritornare là, verso l'ignoto, segreto e pauroso perchè inconoscibile e anche tentatore. Esso evoca antiche emozioni che ci spingono, con il poeta ad inoltrarci nel nostro Porto Sepolto, affermano Bianchini e Salardi (1995), per riemergere con un nuovo sentimento in un continuo cammino di conoscenza.

Ungaretti è molto legato alla poesia di poeti vissuti prima di lui come Petrarca, Tasso, Leopardi; per lui è importante la terra in cui vive, una terra che ha disperatamente amato nei travagli della guerra. Egli, per descrivere come il suo scrivere volesse essere in armonia con lo scrivere dei suoi predecessori, afferma di aver accordato in chiave d'oggi un antico strumento musicale; e il suo scrivere è stato in seguito adottato anche da altri.

Ungaretti viaggiò molto e conobbe molte culture. Soggiornò in Francia e, quando nel 1914 scoppiò la prima guerra mondiale, partecipò alla campagna interventista, per poi arruolarsi volontario nel 19º reggimento di fanteria, quando il 24 Maggio 1915 l'Italia entrò in guerra. Combatté sul Carso e in seguito a questa esperienza scrisse le poesie che, raccolte dall'amico Ettore Serra (un giovane ufficiale), vennero stampate a Udine nel 1916, con il titolo Il porto sepolto.

Come altri poeti appartenenti ad altre nazionalità, ad esempio il senegalese Léopold Senghor e l'antillese Aimè Césaire, Ungaretti è molto legato alla sua patria. Questi due poeti africani affermano, il primo con una violenza eruttiva, l'altro con una eloquenza densa di immagini sostenuta dal movimento del verso alla Claudel, la loro fedeltà e la loro vocazione alla loro razza e al loro paese. Insieme scoprono, grazie alla lettura di opere sull'Africa di autori europei artisti, la storia dell'Africa Nera, e creano la négritude (negritudine), cioè la nozione che comprende i valori spirituali, artistici, filosofici dei Neri dell'Africa; nozione che diventerà l'ideologia delle lotte dei Neri per l'indipendenza. Senghor19, in Ai fucilieri senegalesi caduti per la Francia (1948), dà voce a una feroce ribellione contro i martiri avvenuti a causa del colonialismo francese e in Assassini (1949):

Sono là distesi lungo le strade conquistate, lungo le strade del disastro, come snelli pioppi, statue cupe di dèi drappeggiati nei lunghi mantelli d'oro, i prigionieri senegalesi tenebrosamente coricati sulla terra di Francia. Ma invano fu stroncato il riso tuo, il fiore più nero della tua carne. Tu sei il fiore della bellezza prima, in tutto questo vuoto deserto di fiori.”

Ho voluto inserire qui il contributo di Senghor poichè ritengo che, come lui, Ungaretti abbia reso giustizia a tutto il dolore causato da una guerra che ha coinvolto la sua terra, e non solo, ma anche altre realtà, in anni di profonde lacerazioni. Le ferite sono sociali e personali, e una delle "ragioni" di un poeta è anche quella di raccontare all'uomo la sua storia e le sue radici. Il poeta può fungere da memoria emotiva di gioie e di dolori. Mi colpisce quando in Veglia (1915) Ungaretti afferma di essere "tanto attaccato alla vita". Sarebbe facile cadere e rinunciare a vivere una vita possibilmente normale, quando si assiste ad eventi difficili che permangono dentro come ferite profonde. Ma l'arte e la poesia possono lenire il dolore ed elevare la persona che soffre ad un livello di intimità con se stessa tale da amarsi di più, e, forse, più di un'altra persona che non vive un grande dolore. Come visto al quinto capitolo la creatività permette alla persona di stabilire delle difese meno nevrotiche.

A questo riguardo, riferendosi alle ragioni di un poeta, Ungaretti si chiede: "Non vorrebbe egli che il proprio io, nel medesimo istante in cui lo eleva a simbolo di dannazione, gli offrisse la facoltà di guarire, di divenire in quell'istante medesimo innocente per l'eccesso stesso dell'autodileggio, per la umiltà eccessiva e l'orrore che è nel grado che denuncia, d'invecchiamento, di corruzione, di sfacelo raggiunto ormai dall'umana natura?".

È un io che crea, costruisce e trasforma quello del poeta.

E di tutto rispetto è stata la vita, e la poetica, che Ungaretti si è costruito fino all'età in cui è morto, a 82 anni. Eppure oltre alla guerra egli subisce il lutto per la perdita del figlio e scrive ne Il Dolore Tutto ho perduto (1937) una poesia molta amara e struggente.

 

Tutto ho perduto dell'infanzia

e non potrò mai più

smemorarmi in un grido.

 

L'infanzia ho sotterrato

nel fondo delle notti

e ora, spada invisibile,

mi separa da tutto.

 

Di me rammento che esultavo amandoti,

ed eccomi perduto

in infinito delle notti.

 

Disperazione che incessante aumenta

la vita non mi è più,

arrestata in fondo alla gola,

che una roccia di gridi.

 

(Giuseppe Ungaretti, 1937)

 

Inoltre in Giorno per Giorno (1940-1946) ne Il Dolore si possono leggere le emozioni provate, e i sentimenti vissuti, dal poeta in 17 frammenti dedicati al figlio. Emergono strazio, rimorso, abbandono, speranza di morire, voglia di gridare, rimpianto fino ad arrivare all'ultimo frammento che si esprime come una preghiera liberatrice.

Per concludere, Ungaretti ci offre un modo di intendere la poesia sotto diversi punti di vista, egli sa vedere la realtà delle cose e del dolore da diverse angolature. Ha una lente come quella che ha il terapeuta. Il poeta ha il fine, secondo Ungaretti, di meravigliare, stupire, indurre mistero, segreto e libertà. È anche un modo per avvicinarsi alla fede in Dio ed esserne testimoni. Ciò che, come terapeuta, mi interessa maggiormente è come Ungaretti ci mostra la capacità di giocare con l'insolito, con qualcosa di segreto di cui non dobbiamo avere paura. Dovremmo, bensì, favorire in noi gli insight, come quelli che ha il poeta quando assume lo spazio "non familiare" (del "perturbante" secondo Freud), e propone allo spazio "familiare" nuove metamorfosi cercando nuove realtà e fuggendo la routine. Come dice Resnik: "Nel paesaggio abituale c'è del nominato e dell'innominato. Quello da scoprire o da ricreare è il senso segreto di ciò che affiora nella vita giornaliera" (Resnik, 1994, p.105). Ed è tale dimensione contemplativa che affascina i poeti e gli analisti.


Roberto Targon

 

17 A San Paolo nel 1939 muore il figlio Antonietto, all'età di nove anni, per un'appendicite mal curata, lasciando il poeta in uno stato di grande prostrazione interiore, evidente in molte delle poesie raccolte ne Il Dolore del 1947 e in Un Grido e Paesaggi del 1952.

18 G.Ungaretti nasce ad Alessandria d'Egitto nel 1888 e muore a Milano nel 1970

19 Léopold Sédar Senghor fu eletto primo Presidente della Repubblica del Senegal nel 1960 e ha guidato il suo paese per venti anni dopo la liberazione dal colonialismo francese


Bibliografia

  • BIANCHINI, M., C., SALARDI, C., La parola poetica:esperienza dei sentimenti. Una lettura di Ungaretti, in Pensare sentimenti sentire pensieri, A.Bimbi (a cura di), Tirrenia (Pi), Edizioni del Cervo, 1995

    CENNI, A., (a cura di), ANTONIA POZZI, Tutte le opere, Milano, Garzanti, 2009

    DÈCINA, LOMBARDI, P.,
    Poesie d'amore del Novecento, Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2000



  • GUIDACCI, M.,
    Poesia come un albero, Genova-Milano, Casa Editrice Marietti S.p.A., 2010

  • MERINI, A., La volpe e il sipario, Milano, Rizzoli, 2004

  • MERINI, A., L'altra verità. Diario di una diversa, Milano, RCS Libri S.p.A., 2000

  • RESNIK, S., Il teatro del sogno, Torino, Bollati Boringhieri, 2002


    SENGHOR, L., S., Poesie dell'Africa, Pontedera (Pi), Associazione Thiarque sur Mer O.N.L.U.S.

  • VIREL, A., Vocabulaire des psychotherapies, Fayard, 1977


    UNGARETTI, G., Vita di un uomo, tutte le poesie, Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 1969


POESIA E INCONSCIO: la dimensione interiore dei sentimenti

 

 

Forse il tuo sogno

si separò dal mio

e per il mare oscuro

mi cercava,

come prima,

quando ancora non esistevi,

quando senza scorgerti

navigai al tuo fianco

e i tuoi occhi cercavano

ciò che ora

- pane, vino, amore e collera -

ti dò a mani piene,

perchè tu sei la coppa

che attendeva i doni della mia vita.

(Pablo Neruda, 1953)

 

 

L'essere umano grazie alla creatività e alla sua funzione immaginativa risolve i problemi che gli si presentano nella vita di tutti i giorni. La parola creatività evoca immediatamente l'attività di un artista, ma le va anche riconosciuto un ruolo importante nelle attività più modeste della vita quotidiana. Adler descrive la creatività del bambino piccolo spiegando che egli, fin dal primo anno di vita, grazie al suo equipaggiamento costituzionale, alle impressioni che gli vengono dall'ambiente e alla forza creatrice di cui dispone, modella una struttura di personalità che lo caratterizza per tutta la vita.

Nell'essere umano è importante la funzione dell'immaginazione: Jung ne fa apparire il ruolo determinante nella creazione la quale diviene un modo per rappresentare e realizzare.

Il fatto di immaginare contiene una parte d'attività fisica che si inserisce nel ciclo delle trasformazioni della materia che le determina e che, a sua volta, è determinata da esse (Virel, 1977).

Ritengo fondamentale questa concezione dell'immaginazione creatrice come "estratto concentrato delle forze vive tanto fisiche che psichiche" di cui parla Virel (1977), perchè fa comprendere la necessità della completa partecipazione dell'artista, e del poeta, alla sua opera: diventano loro stessi la condizione indispensabile della loro esperienza. In questa prospettiva, la funzione della creatività, una volta riconosciuti dalla coscienza i contenuti sconosciuti inconsci, serve per aprire le porte del mondo interno (cioè quello emotivo) verso il mondo esterno (la realtà concreta che ci circonda).

Riguardo ciò, il poeta Paul Valery pensa che non si debba rimanere estranei ad alcuna realtà che ci appartiene, sia essa interna o esterna.

Sogno, immaginario e creatività sono tre aspetti grandiosi dell'esistenza psichica dell'individuo, del suo mondo interno in relazione al mondo esterno. La poesia può essere un modo per rappresentare questi tre aspetti e, di fatto, lo fa.

Con il Surrealismo1, movimento che ebbe come principale teorico il poeta Andrè Breton, l'attività poetica si identifica con la ricerca dell'assoluto; essa gioca un ruolo importante in relazione alla psicoanalisi. Breton fu influenzato dalla lettura de L'interpretazione dei sogni di Freud del 1899 e, dopo averlo letto, arrivò alla conclusione che era inaccettabile il fatto che il sogno (e l'inconscio) avesse avuto così poco spazio nella civiltà moderna. Per questo motivo nacque il surrealismo, nuovo movimento artistico e letterario in cui il sogno e l'inconscio avevano un ruolo fondamentale.

Il primo Manifesto surrealista del 1924, definì il Surrealismo un automatismo psichico puro, attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole, con la scrittura, o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero. Il pensiero è privo di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, è al di fuori di ogni preoccupazione estetica e morale. Questo movimento culturale ha aperto le porte ad una nuova modalità di scrivere e fare poesia, modalità in cui si riconosce che l'inconscio non emerge soltanto durante i sogni, ma anche quando siamo svegli perchè ci permette di associare libere parole, pensieri e immagini senza freni inibitori e scopi preordinati.

Il poeta Pierre Jean Jouve2 afferma esplicitamente, nella prefazione al suo Sudore di Sangue (1935) , che noi, oggi, abbiamo conoscenza di mille mondi situati all'interno del mondo dell'uomo che, con tutta la sua opera, egli ha nascosto. L'uomo non è un personaggio che indossa una divisa o un'uniforme, come abbiamo sempre creduto, non è privo di emozioni e sfumature, egli ha anche a che fare con un abisso doloroso dentro si sé. L'uomo moderno ha scoperto l'inconscio e la sua struttura, vi ha visto l'impulso dell'eroe e l'impulso della morte legati insieme. Non dobbiamo quindi dimenticare che noi proviamo delle emozioni profonde e che siamo in conflitto poichè siamo vivi.

I poeti che, dopo Rimbaud, hanno lavorato per liberare la loro poesia dal razionale, hanno ritrovato nell'inconscio l'antica e la nuova sorgente che li ha avvicinati a un nuovo modo di esistere e a un nuovo scopo verso il mondo stesso.

"Il sogno e la rêverie, aspetto oniroide dell'esistenza, sono sempre stati parte integrante del "quotidiano" dei poeti" (Resnik, 2002, p. 205).

Nella sua esperienza attuale, la poesia si trova in presenza di molteplici condensazioni che sfociano nel simbolo. È come una materia che libera la sua potenza. Attraverso questa sensibilità che si esprime con la frase e il verso, e passa dalla parola comune alla parola poetica, la ricerca della forma adeguata, e della parola giusta, diventa inseparabile dalla ricerca più profonda, interiore che ritroviamo nelle grandi esperienze poetiche del nostro tempo.

Margherita Guidacci, una delle voci liriche femminili più intense del Novecento, ha forse messo in discussione questa idea ne Il vuoto e le forme (1977) scrivendo, in modo pirandelliano, che il vuoto si difende/non vuole una forma che lo torturi. Secondo la poetessa il vuoto è quanto di più irriducibile rimane nella nostra stessa vita, e la forma è l'approdo a cui tende la vita, ma è anche la sua gabbia, la sua maschera e la sua tortura. Ma poi la stessa poetessa afferma che c'è più vuoto che forma se la forma è una possibilità che non si è concretizzata. Sta di fatto che la Guidacci con le sue poesie di questa raccolta, come di tante altre, ha affilato una perfetta volontà introspettiva, ha scavato sulla condizione emotiva dell'essere umano intuendo che l'uomo è radicato, e allo atesso tempo trasceso, dentro le maglie di una realtà chiusa e sfuggente (Guidacci, 2010).

La poesia, con la metafora, è trasferimento di un significato a un altro, è un messaggio oltre lo spazio della natura che porta una visione diversa dall'esperienza originaria. La "distorsione" poetica completa e arricchisce il significato di tale esperienza. Secondo Resnik (2002) la poesia crea una continua comunicazione tra scena e spettatore: una separazione non assoluta tra interno ed esterno.

La natura è un elemento base che accomuna molti poeti. La poesia è qualcosa di organico, di vivo, qualcosa che ha un seme da cui spuntano le radici, lo stelo, il fusto, le foglie, i fiori e i frutti. L'immagine dell'albero è, per Margherita Guidacci, quella che rende meglio l'idea di cos'è un poeta e afferma: "non ho scelto di essere un poeta. Lo sono stata perchè tale è la mia natura [...]. la poesia non è un atto di volontà, è un atto di vita e, come la vita, contiene in sè motivazione e gioia sufficienti" (Guidacci, 2010, p. 7). E sempre l'albero è l'immagine che Resnik, in Il teatro del sogno (2002), utilizza per descrivere l'inconscio in relazione al sogno. Non è interessante la descrizione che fa quando afferma che la globalità dell'albero non è formata solo da ciò che è visibile, ma esistono anche le radici sottoterra? L'inconscio è una realtà sostanziale e fa parte dell'albero della vita dove il tronco rappresenta l'unità nella molteplicità e offre integrazione ai rami e alle radici mediatori tra la terra, l'uomo e il cosmo. L'inconscio è quindi superficie, profondità e globalità corporea, interiorità ed esteriorità. La via regia per accedervi, secondo Freud, è proprio il sogno e possiamo arrivare alla verità del messaggio inconscio svelando la maschera che il sogno stesso indossa, il suo aspetto manifesto (Resnik, 2002).

Il legame che la poesia ha con il sogno e la realtà è una relazione intima che già era stata intuita e realizzata dai poeti romantici francesi e dai simbolisti come Baudelaire, Rimbaud, Verlaine, Nerval. Grazie a questi poeti abbiamo potuto imparare che la capacità immaginativa di tipo creativo è in se stessa un'esperienza poetica. Il senso metaforico e simbolico dell'esistenza è un fatto poetico. Le metafore e i sogni ad occhi aperti completano la dimensione onirica della vita dell''individuo.

La quotidianità trova nella poesia una nuova dimensione che rende visibile ciò che la routine nasconde, soffoca, rende opaco.

Il poeta mirerebbe a stringere un nodo indissolubile tra sogno e realtà, egli vuole creare o ri-creare un "immaginario della natura". L'aspetto simbolico del sogno ricorda quello della poesia e anche del mito.

Il sogno lo possiamo trovare ben rappresentato nella poesia: entrambi soddisfano un desiderio rimosso, entrambi permettono all'essere umano di esprimere in modo simbolico la propria emotività ed interiorità. Per capire le ragioni di un poeta, credo basti osservare il suo impegno nel cercare di riparare, e ricostruire, quello che è stato in lui danneggiato. È quindi presente, in lui, un dolore soverchiante, senza nome, che spinge per essere traformato in parola, e lo induce a cercare nell'ignoto una dimensione nascosta: l'inconscio. La parola poetica, secondo Borgna, diviene ponte che ci collega al dolore.

Per questo motivo la poesia va di pari passo con la psicoterapia. Il lavoro psicanalitico consiste anche nel portare alla luce un sentimento d'assenza oppure un trauma subito.

Durante il suo soggiorno forzato presso l'ospedale psichiatrico, allora manicomio, Alda Merini ha vissuto dieci anni di ingiusta prigionia e di dolorose torture che l'hanno portata ad elevarsi verso una ricca e profonda intimità con se stessa. La definirei un'intimità indelebile e cruda, caratterizzata da una sorta di autocura vissuta nell'atto dello scrivere. La Merini è stata definita uno dei più grandi talenti poetici moderni. Ha scritto svariate poesie e nel suo Diario di una diversa (2000) ammette che: "se fossi completamente guarita, mi ergerei certamente a giudice, e condannerei senza misura. Ma molti, tutti, metterebbero in forte dubbio la mia sincerità in quanto malata. E allora ho fatto un libro, e vi ho anche cacciato dentro la poesia, perchè i nostri aguzzini vedano che in manicomio è ben difficile uccidere lo spirito iniziale, lo spirito dell'infanzia, che non è, nè potrà mai essere corrotto da alcuno" (Merini, 2000, p. 99-100).

Queste parole, come l'intero diario e le poesie della Merini, non evocano forse in noi lettori, delle forti emozioni di empatia e di solidarietà verso le ingiustizie fortemente subite dalla poetessa? Quante umiliazioni l'hanno ferita come donna e come madre. Ciò ci fa capire come per lei sia stato salvifico l'atto dello scrivere, e come esso abbia reso la sua vita più degna di essere vissuta. Ella ha stabilito un modo "gentile" di ribellarsi a tanto dolore: "così in questo modo gentile, adoperai il silenzio, e mi venne fatto di incontrarvi il mio io, quell'io identico a se stesso, che non voleva, non poteva morire" (Ibidem, p38). C'è un profondo attaccamento al prorpio Io quando si tocca così a fondo la disperazione e non c'è altra via che utilizzare, chi ha la fortuna di averle, le proprie risorse creative.

Il silenzio viene vissuto in modo destabilizzante da Alda Merini durante il suo soggiorno al Paolo Pini, quando, per esempio, al mattino venivano allineati i degenti e fatti sedere sulle panchine con l'ordine di "non fiatare". Quando qualcuno di loro gridava, sembrava "una novità, qualcosa di finalmente vivo". Possiamo affermare che tale silenzio si trasforma e diviene, nella poesia di Alda Merini, possibilità di incontro con le parti più profonde di sé. Il silenzio diviene, per la poetessa, fede, la stessa fede che Bion descrive come atteggiamento di fiducia nell’esistenza di una realtà, inconscia e sconosciuta, che è all’origine dei molteplici fatti che si presentano nella seduta terapeutica tra terapeuta e paziente. L’atto di fede designa un assetto mentale che permette all’analista e al poeta di sviluppare l’intuizione al fine di captare gli stati emotivi che stanno per nascere, per la percezione dei quali non è possibile avvalersi degli organi di senso.

"Che cosa potevo fare allora, se non rifugiarmi nella nevrosi? Mia madre aveva sempre costituito un modello della mia mente, modello che poteva andar bene per la prima infanzia, ma che automaticamente la mia adolescenza rifiutava in quanto amante e concubina del padre. In più io cominciavo a sentire in me i primi movimenti, le prime ispirazioni artistiche e mia madre, non poteva certo combaciare con la mia figura. Di qui nacque il mio punto di mostruosità, la mostruosità della mia esistenza, la mostruosità di mia madre stessa..." (Ibidem, p. 44-45). Vorrei pensare che in quel "punto di mostruosità", come la poetessa stessa lo definisce, lei abbia potuto sperimentare la possibilità del perdono. In quel punto di mostruosità, forse, è potuto nascere un seme sano, nella follia, il seme della poesia e la bellezza dei sensi che ne derivano. Lei, partecipe e testimone viva di quel mondo tra creatività e follia, sulla cui soglia ha vissuto il "non essere", ma anche "l'essere", è riuscita a cogliere il profumo della poesia come cogliere il profumo di una rosa, di quelle stesse rose che vedeva fuori dal cancello e che le vietavano, ingiustamente, di cogliere e guardare.

Un giorno si sono aperti i cancelli!

Alda descrive le sensazioni provate: "potemmo toccarle con le mani quelle rose stupende, potemmo finalmente inebriarci del loro destino di fiori, oh, fu quello il tempo in cui tutte le nostre inquietudini segrete disparvero, perchè finalmente eravamo vicini a Dio, e la nostra sofferenza era arrivata fino al fiore, e era diventata fiore essa stessa. Dio!...E per ore, inginocchiata a terra stetti a bere di quella sostanza vitale, senza peraltro fiatare, senza dire a nessuno che avevo incontrato un nuovo tipo di morte...Non avrei potuto scrivere in quel momento nulla che riguardasse i fiori perchè io stessa ero diventata un fiore, io stessa avevo un gambo e una linfa" (Ibidem, p. 109).


Roberto Targon

 

1 Il Surrealismo è un movimento culturale molto diffuso nella cultura del Novecento che nasce in opposizione al Dadaismo. Ha coinvolto tutte le arti visive, la letteratura e il cinema, quest'ultimo nato negli anni venti a Parigi.

2 Lo scrittore e poeta francese Pierre Jean Jouve (1887-1972) fu, prima del 1914, uno degli scrittori dell'unanimismo, il movimento fondato da Jules Romains e anche un membro di spicco del movimento pacifista durante la prima guerra mondiale. In seguito passò al movimento surrealista.

Bibliografia

  • BIANCHINI, M., C., SALARDI, C., La parola poetica:esperienza dei sentimenti. Una lettura di Ungaretti, in Pensare sentimenti sentire pensieri, A.Bimbi (a cura di), Tirrenia (Pi), Edizioni del Cervo, 1995

    CENNI, A., (a cura di), ANTONIA POZZI, Tutte le opere, Milano, Garzanti, 2009

    DÈCINA, LOMBARDI, P.,
    Poesie d'amore del Novecento, Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2000



  • GUIDACCI, M.,
    Poesia come un albero, Genova-Milano, Casa Editrice Marietti S.p.A., 2010

  • MERINI, A., La volpe e il sipario, Milano, Rizzoli, 2004

  • MERINI, A., L'altra verità. Diario di una diversa, Milano, RCS Libri S.p.A., 2000

  • RESNIK, S., Il teatro del sogno, Torino, Bollati Boringhieri, 2002


    SENGHOR, L., S., Poesie dell'Africa, Pontedera (Pi), Associazione Thiarque sur Mer O.N.L.U.S.

  • VIREL, A., Vocabulaire des psychotherapies, Fayard, 1977


    UNGARETTI, G., Vita di un uomo, tutte le poesie, Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 1969




Antonia Pozzi "nel limpido deserto dei tuoi monti ora accetti d'esser poeta"

 

Un destino

Lumi e capanne
ai bivi
chiamarono i compagni.

A te resta
questa che il vento ti disvela
pallida strada nella notte:
alla tua sete
la precipite acqua dei torrenti,
alla persona stanca
l'erba dei pascoli che si rinnova
nello spazio di un sonno.

In un suo fuoco assorto
ciascuno degli umani
ad un'unica vita si abbandona.

Ma sul lento
tuo andar di fiume che non trova foce,
l'argenteo lume di infinite
vite – delle libere stelle
ora trema:
e se nessuna porta
s'apre alla tua fatica,
se ridato
t'è ad ogni passo il peso del tuo volto,
se è tua
questa che è più di un dolore
gioia di continuare sola
nel limpido deserto dei tuoi monti

ora accetti
d'esser poeta.

(Antonia Pozzi, 13 febbraio 1935)

 

Antonia Pozzi descrive il suo stato d'animo narrandolo come fosse un paesaggio naturale che vede intorno a sé.

Per la giovane poetessa dei primi novecento, le parole sono semplici nomi di cose, sono "asciutte e dure come sassi o vestite di veli bianchi strappati", incoronate dal silenzio e maturate nella solitudine, secondo Rilke. Le parole per Antonia Pozzi sono la possibilità di sentirsi radicata e di sentirsi in un corpo vivo, forse proprio perchè un grande vuoto l'affligge, quel vuoto che a 26 anni ha avuto su di lei la meglio e l'ha sopraffatta, portando il suo Sé al deterioramento e all'autoannientamento. La sua giovinezza ha trovato scampo nelle vie della poesia perchè amare per lei era pura sofferenza. Le era stato impedito di amare il suo professore di lettere classiche e fu quella una ferita inferta alla sua libertà morale. Era troppo l'attaccamento alla vita di Antonia e, il non poterlo esprimere nella società per bene del tempo, l'ha deteriorata. Era timida e arrossiva per nulla, ma non rinunciava a vivere secondo la sua personalità, liberamente, ritenendo costrizioni i pregiudizi e le convenzioni. La madre era, per lei, molto assente e il padre, che la adorava, interveniva forse troppo pesantemente e rigidamente sulla sua educazione. Egli, sulla base del suo gusto scolastico per la poesia tradizionale, interveniva sugli scritti della figlia e, alla sua morte, fece censure, tagli e correzioni alla sua opera.

I paesaggi lombardi, i fossati, i casolari, i monti, i laghi e altro, così infiniti, senza tempo, senza confini, sono stati, per Antonia, possibilità di spaziare nell'infinito delle cose, nell'aldilà, dove è possibile immaginare e creare. Tale "aldilà" ha la stessa caratteristica nota dell'Infinito di Leopardi o di quell'"Infinito che ha la latitudine di casa" della Dickinson. E nell'abbraccio delle sue montagne, nelle cime della Grigna, ha ritrovato la strada perduta: il senso di una vocazione minacciata, l'armonia di una personalità lacerata. Proprio lì Antonia Pozzi è sepolta, lì nello stesso posto dove, nel limpido deserto dei suoi monti, il suo fiume ha forse trovato la sua foce nell'accettazione della sua solitudine e nel riconoscere di essere un poeta.

La caratteristica peculiare della poetessa è il suo aderire "con immediata espansione estetica a questo nativo universo di segni e li interpreta come racconti d'esperienze tra sottili elisioni di senso e affannose fughe all'interno di sé" (Cenni, a cura di, 2009, p. XV).

E' interessante la capacità immaginativa della Pozzi che va oltre il reale, tanto che ciò che vede assume una forma che proviene dal suo mondo interno. Affascinanti, evocative, struggenti e malinconiche sono le sue poesie che parlano di natura e sentimenti. Ogni movimento o situazione della natura sono anche movimenti interiori; gli stati d'animo (elementi interni inconsci) vengono rappresentati da paesaggi (manifesti).

Il suo interesse per la fotografia l'avvicina ai poeti della cosiddetta "linea lombarda" i quali hanno l'obiettivo di catturare la sostanza delle cose per giustificare il vedere. Legge molto Valery, Rilke, Eliot, Ungaretti, Montale. Si laurea in Estetica e segue le lezioni di Banfi sull'esperienza estetica come sintesi morale della civiltà. "Antonia Pozzi fedele alla lezione dell'oggettività, sui dati più ambigui e incontrollabili dell'esperienza, esercita un'attenzione razionale, nell'esplorazione anche linguistica di sempre più complessi sistemi simbolici" (Ibidem p. XVII).

Possiamo trovare nelle poesie della Pozzi scelte tematiche dominate da alcune costellazioni simboliche. Si può riconoscere, secondo una lettura archetipica, l'elemento dell'acqua dolce: le fontane, la pioggia, le lacrime, il lago. Dall'acqua madre si nasce ed essa culla. Il liquido-lacrima è l'unico messaggio che il bambino utilizza, nei primi mesi di vita, per comunicare alla madre il proprio sentire e il proprio desiderio; la madre ascolta, guarda, accoglie e trasforma. Il pianto è un mezzo per comunicare, è forse anche uno strumento per "organizzare" la psiche come lo sono gli indicatori di cui parla Spitz, il sorriso o i primi no del bambino.

 

Io vengo da mari lontani -

io sono una nave sferzata

dai flutti

dai venti -

corrosa dal sole -

macerata

dagli uragani -

[..]

Io sono una nave

una nave che porta

in sé l'orma di tutti i tramonti

solcati e sofferti -

io sono una nave che cerca

per tutte le rive

un approdo.

 

(Antonia Pozzi, 20 Febbraio 1933)

 

 

È alla ricerca di un approdo, Antonia che vaga nel mare della solitudine, la sua nave cerca un "porto sicuro" dove approdare, cerca braccia materne che la accolgano almeno in sogno, almeno in poesia.

La Pozzi ha scritto e pubblicato anche un diario e le lettere che inviava a Vittorio Sereni e a Dino Formaggio.

Gli ultimi scritti della poetessa sono molto espressivi e contrassegnati da riflessioni sulla morte, da vissuti legati al suo sogno d'amore mai nato, da un se stessa bambina sola. Ogni pagina dei suoi quaderni sembra portare alla morte, ma a noi interessa di più vedere l'altro volto di Antonia, il suo ardore per la vita, quando in Sgorgo scrive che "per troppa vita che ho nel sangue tremo nel vasto inverno". Per lei il sangue è sinonimo di vita e di Eros, lo si legge nel suo saggio su Huxley (1938). La terra di cui parla nelle poesie richiama alla morte che è, al tempo stesso, vita; la terra prepara i suoi frutti finchè le radici segretamente crescono sotto. Quando muore una stagione, ne nasce un'altra. È come se esistesse nella poetica, e nella vita di Antonia, una visione energetica della morte come apoteosi di un istante prescelto.

"Il viaggio verso la giusta morte si identifica con la ricerca della fonte poetica, esperienza oscura che incarna l'incognita stessa del lavoro creativo che distacca l'artista dal mondo" (Cenni, a cura di, 2009). Sgorga struggente nella vita e nella poesia della Pozzi l'assenza e la mancanza d'amore, eppure lei ne era così piena dentro di sé. L'antica verità è forse la nostalgia dell'infanzia? I sapori salmastri dei suoi laghi confinati che contengono le dolci acque prenatali?

La Pozzi contempla l'esistenza latente delle cose e ne estrae una voce poetica che scaturisce dal corpo, dalle radici, dal tronco, dai rami di un albero che muore, ma che prepara il terreno alla nascita del nuovo. Questa è la creatività poetica: la ricerca del nuovo e il coraggio di rinascere e trasformare un dolore. Così come un fiore al tramonto si chiude, e poi si rigenera, la morte prematura di Antonia è al tempo stesso vita, una vita vissuta correndo, faticando, scavalcando gli ostacoli bui di un'esistenza interiore travagliata e, poeticamente, unica.

Roberto Targon

Bibliografia

  • BIANCHINI, M., C., SALARDI, C., La parola poetica:esperienza dei sentimenti. Una lettura di Ungaretti, in Pensare sentimenti sentire pensieri, A.Bimbi (a cura di), Tirrenia (Pi), Edizioni del Cervo, 1995

    CENNI, A., (a cura di), ANTONIA POZZI, Tutte le opere, Milano, Garzanti, 2009

    DÈCINA, LOMBARDI, P.,
    Poesie d'amore del Novecento, Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 2000



  • GUIDACCI, M.,
    Poesia come un albero, Genova-Milano, Casa Editrice Marietti S.p.A., 2010

  • MERINI, A., La volpe e il sipario, Milano, Rizzoli, 2004

  • MERINI, A., L'altra verità. Diario di una diversa, Milano, RCS Libri S.p.A., 2000

  • RESNIK, S., Il teatro del sogno, Torino, Bollati Boringhieri, 2002


    SENGHOR, L., S., Poesie dell'Africa, Pontedera (Pi), Associazione Thiarque sur Mer O.N.L.U.S.

  • VIREL, A., Vocabulaire des psychotherapies, Fayard, 1977


    UNGARETTI, G., Vita di un uomo, tutte le poesie, Milano, Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., 1969